Un impianto di irrigazione sembra una questione di idraulica e invece è una questione di geometria. Il problema non è portare l’acqua: è distribuirla in modo uniforme su una superficie che ha forme irregolari, zone in ombra e zone in pieno sole, prato e aiuole con esigenze diverse.
Il difetto più comune negli impianti fatti a occhio è sempre lo stesso: pochi irrigatori distanti fra loro, che lasciano zone bagnate poco e zone bagnate troppo. Il risultato si vede sul prato come chiazze che tornano ogni anno negli stessi punti, e la reazione istintiva — aumentare i minuti di irrigazione — peggiora la situazione: le zone già sature marciscono, quelle scoperte restano asciutte lo stesso.
Bagnare tanto e di rado spinge le radici in profondità e rende il prato più resistente. Bagnare poco e spesso le tiene in superficie: il prato diventa dipendente dall’impianto e alla prima settimana calda soffre lo stesso.
Le ore migliori sono le prime del mattino. Irrigare la sera lascia il fogliame bagnato tutta la notte, che è la condizione preferita dalle malattie fungine.
Sono i due appuntamenti che tengono in vita un impianto. In primavera si riapre, si verificano perdite e testine, si controlla che ogni settore copra ancora quello che copriva l’anno prima e si riprogramma la centralina sulla stagione.
In autunno si chiude: svuotamento delle linee, scarico dei punti bassi, messa a riposo della centralina. È l’operazione che evita il danno più banale e più caro, cioè l’acqua che gela dentro valvole e raccordi e li spacca.
Su chi ha un programma di manutenzione queste due date sono già comprese nel calendario.
Non è sempre necessario rifare tutto. Molti impianti funzionano male per cause che si sistemano: irrigatori sbagliati per la distanza che devono coprire, settori sovraccarichi, testine consumate, programmazione ferma a com’era cinque anni fa.
Un controllo completo dice quali problemi si risolvono con una regolazione e quali richiedono di rimettere mano alle linee.
Nove volte su dieci è l’impianto, non il prato. Un controllo settore per settore lo dice in un pomeriggio.
Almeno due volte l’anno: all’apertura in primavera, per verificare irrigatori, perdite e programmazione della centralina, e alla chiusura in autunno, quando l’impianto va scaricato per evitare che il gelo rompa tubazioni e valvole.
Durante la stagione conviene controllare che i settori bagnino ancora in modo uniforme: un irrigatore storto o una testina sporca si vedono prima sul prato che sull’impianto.
Sì. Si lavora con scassi stretti che si richiudono e che dopo qualche settimana non si vedono più. Su un prato in buono stato l’operazione è meno invasiva di quanto si teme.
Costa un po’ di più che farlo in fase di cantiere, ma molto meno che continuare a irrigare a mano un giardino che non lo sopporta.
Servono a cose diverse e in un giardino ben fatto ci sono entrambi. Gli irrigatori coprono il prato, che ha bisogno di bagnatura uniforme su tutta la superficie.
I gocciolatori servono nelle zone piantumate, dove l’acqua deve andare al piede della pianta e non sulle foglie: si spreca meno, si bagnano meno le infestanti e si riducono le condizioni che favoriscono le malattie fungine.
Il risparmio non viene dall’impianto in sé ma da tre cose: settori dimensionati bene, così che ogni zona riceva quello che le serve e non quello che serve alla zona più assetata; irrigazione nelle prime ore del mattino, quando l’evaporazione è minima; e bagnature lunghe e distanziate invece che brevi e frequenti.
Un sensore di pioggia collegato alla centralina evita poi il caso più antipatico: l’impianto che parte sotto il temporale.
L’acqua rimasta nelle tubazioni e nelle elettrovalvole gela e si espande. I danni tipici sono valvole spaccate, raccordi aperti e testine da sostituire, e si scoprono tutti insieme alla riapertura di primavera.
La chiusura è un intervento breve: svuotamento delle linee, scarico dei punti bassi e messa a riposo della centralina. Costa una frazione di quello che costa ripararla.
È quando qualcosa non funziona che si comincia a guardarlo. Se il vostro giardino ha zone che non vengono mai come le altre, partiamo da lì.